Vuoi scrivere sul blog?
Manda un email a linkcampusblog@gmail.com!
Ti aspettiamo!

venerdì 29 aprile 2016

#PROTEOBRAINS2016. I giovani incontrano la politica


Sfiducia verso la politica e in particolare verso i partiti che, nella hit parade della fiducia nei confronti delle Istituzioni, ottengono il consenso più basso. Questo un particolare del quadro che l’annuale Rapporto di ricerca dell’Osservatorio Generazione Proteo aveva contribuito a tratteggiare lo scorso anno e che mostrava giovani particolarmente critici nei confronti del sistema politico al quale si chiedevano onestà e vicinanza alle esigenze dei cittadini; elementi, questi ultimi, giudicati caratterizzanti una buona classe politica rispettivamente per il 39,3% e il 26,2% degli intervistati nel 2015.

Quali saranno quest’anno le risposte dei giovani Proteo? Cosa pensano dell’attuale classe politica e cosa dell’Unione europea? Queste e altre domande troveranno risposta il 19 e il 20 maggio quando l’Osservatorio Generazione Proteo presenterà il 4° Rapporto di Ricerca sul mondo dei giovani presso l’Università degli Studi Link Campus University.

Circa 30.000 studenti intervistati per questa 4° edizione e chiamati ad esprimersi su alcune tematiche di estrema attualità, dalla politica al lavoro, dal terrorismo all’immigrazione, dal bullismo all’impatto delle tecnologie digitali, e i cui risultati saranno consegnati alle Istituzioni e alla stampa venerdì 20 maggio, al termine della “due-giorni”. A#PROTEOBRAINS2016 sono stati invitati il Ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca Stefania Giannini e il Sottosegretario di Stato, Davide Faraone.

Una “due-giorni” di confronto e dibattito che inizierà nel pomeriggio del 19 maggio quando studenti provenienti da tutta Italia si ritroveranno attorno a tavoli di lavoro per discutere delle principali tematiche affrontate nella ricerca con importanti nomi della politica, della cultura, dello sport e dello spettacolo.

Ancora gli studenti saranno i protagonisti della prima sessione mattutina dei lavori del 20 maggio quando incontreranno e dialogheranno con alcuni giovanissimi politici del Parlamento europeo, come Brando Benifei, Eurodeputato Gruppo S&D (Socialisti & Democratici) e Martina Dlabajova, Eurodeputato Gruppo ALDE (Alleanza dei Democratici e dei Liberali per l’Europa).


Seguici su Facebook e su Twitter 

Il 19 e il 20 maggio l’Osservatorio Generazione Proteo presenta il 4° Rapporto di Ricerca nazionale. 30.000 studenti intervistati

Centinaia di studenti provenienti da tutta Italia, autorevoli rappresentanti della politica, italiana ed europea, importanti nomi del mondo della cultura, dello sport e dello spettacolo.

#ProteoBrains2016 è l’evento-cornice all’interno del quale l’Osservatorio Generazione Proteo presenterà, il 19 e il 20 maggio, il 4° Rapporto di Ricerca Nazionale che quest’anno ha visto intervistati oltre 30.000 studenti, tra i 17 e i 20 anni, degli Istituti scolastici secondari di secondo grado italiani.
Quanta fiducia i giovani hanno nelle istituzioni e nella politica?
Come contrastare il bullismo?
Cosa pensano dei Foreign Fighters?
Le coppie omosessuali dovrebbero avere il diritto di adottare dei figli?
Su quali tematiche la Chiesa dovrebbe mostrare una maggiore apertura?
Queste sono solo alcune delle domande inserite nel questionario e alle quali i ragazzi stanno rispondendo, contribuendo così ad aggiungere un nuovo tassello alla Generazione Proteiforme.

Due giorni di confronto e dibattito che vedranno, nel pomeriggio del 19 maggio, gli stessi studenti provenienti da diverse scuole italiane, “salire in cattedra” per parlare di politica, lavoro, terrorismo, immigrazione, bullismo e nuove tecnologie, con ospiti d’eccezione, tra cui politici, giornalisti, sportivi, attori e cantanti.
A moderare i diversi tavoli tematici alcuni dei docenti della Link Campus University.
L’esito dei lavori dei tavoli e i risultati della 4° indagine dell’Osservatorio Generazione Proteo saranno presentati il giorno successivo, il 20 maggio, alla presenza delle Istituzioni.

Continua a seguirci anche su Twitter Facebook.

Rischiatutto reloaded: appunti per una fenomenologia di Fabio Fazio

13 dicembre 2009. Umberto Eco è ospite di Che tempo che fa per presentare il suo ultimo libro, La vertigine della lista. “A quegli imbecilli che mi chiedono che libro porteresti su un’isola deserta…”, sbotta a un certo punto il professore. La camera stacca per inquadrare il noto conduttore, Fabio Fazio, che con aria sorniona e testa bassa scartabella tra i suoi appunti per cancellare quella che sarebbe stata, confida al pubblico con divertita complicità, l’ultima domanda. Dubito che a quell’episodio specifico si possa ricollegare un’idea che invece ha cominciato a prendere forma successivamente e gradualmente, a mano a mano che la carriera televisiva di Fazio si punteggiava di sempre più ampi e popolari successi. Però l’idea trova oggi, in quel lontano episodio, un inaspettato riscontro: cos’hanno in comune Fabio Fazio e Umberto Eco? Ma certo: Mike Bongiorno.

Lo stimolo a lavorare sull’idea che Fabio Fazio riproponga oggi una versione rivista e corretta, attualizzata e consapevole, dei comportamenti dell’everyman Mike Bongiorno, che Eco analizzava nella sua celebre Fenomenologia, non è venuto meno dopo la recente scomparsa del filosofo, lo scrittore, il professore che tutti abbiamo letto, ascoltato, stimato. Anzi: si è prospettata come occasione anche per rendergli omaggio attraverso uno dei suoi libri “minori”, il Diario, per l’appunto, minimo, raccolta di parodie e pastiche che suona, ancora oggi, sferzante. Ma non è nella direzione dell’omaggio a Eco che vorrei andare, perché la spinta decisiva a sviluppare l’idea viene dall’attualità televisiva, vale a dire dalla scelta di Fazio di riproporre oggi, a distanza di quasi cinquant’anni, il celebre quiz che Mike ha condotto in Rai dal 1970 al 1974, il Rischiatutto.

A ciò si aggiunga che, proprio qualche giorno fa, Claudio Giunta nel suo blog è intervenuto esattamente sulla Fenomenologia di Mike Bongiorno, a testimonianza forse di un interesse più generale nella ripresa di questo piccolo scritto del 1961. Un piccolo scritto che tuttavia – e qui la mia lettura diverge da quella di Giunta – non considererei nel corpus più ampio dei “saggi sulla società e sulle arti contemporanee (Eco è stato uno dei primi a occuparsi seriamente di generi artistici considerati sino ad allora marginali, come il romanzo d’avventure e il fumetto)”. Perché la Fenomenologia non è un saggio: semmai, come la sua collocazione in Diario minimo dimostra, un virtuosismo letterario, una parodia, un divertissement, un esercizio di analisi applicato all’osservazione del costume. Altrimenti, un saggio sulla poetica di Antonioni dovrebbe essere considerato anche il maligno commento all’indimenticabile manuale “Fatevi il vostro Antonioni da soli” contenuto all’interno dello stesso libro…

Ora, qualcuno potrebbe ragionevolmente obiettare che spiega molte più cose sulla percezione dell’autore cinematografico all’inizio degli anni 60 il divertissement di Eco rispetto ad altre pagine di critica o saggistica, e io sarei senz’altro d’accordo. Ma l’acume analitico che sottende all’esercizio parodico e allo sberleffo non giustifica, mi pare, l’attribuzione a Eco di giudizi, valutazioni e tanto meno condanne rispetto all’opera di Antonioni, Godard o Visconti. Per la stessa ragione non mi convince Giunta quando sostiene che “Eco – ritraendo Bongiorno – non si limita ad osservarlo, ma lo giudica” e conclude con la domanda: “sbagliava Mike Bongiorno, con le sue ovvie, banali trasmissioni per l’everyman, l’uomo qualunque; oppure sbagliava Eco, prendendo per ‘mediocrità’ quella che era invece una suprema capacità di farsi ascoltare anche dalle persone più semplici e ignoranti, dai non-superman?”. Di questa domanda non condivido la necessità: perché uno dei due dovrebbe aver sbagliato? Non sbagliava Mike nella costruzione del proprio personaggio televisivo, “un ideale che nessuno deve sforzarsi di raggiungere perché chiunque si trova già al suo livello”. E non sbagliava Eco nell’analizzarne le caratteristiche – vincenti, non c’è alcun dubbio. Ma la ragione non può stare da una parte o dall’altra perché Mike Bongiorno e Umberto Eco fanno due cose perfettamente compatibili e, al contempo, radicalmente diverse.

Anche queste poche righe non implicano, evidentemente, nessun giudizio, e tanto meno condanna. Fabio Fazio fa quello che fa e lo fa, questo è fuor di dubbio, molto bene: ma appunto, come costruisce Fazio il proprio personaggio televisivo, e perché ritengo possibile leggerlo come una versione attualizzata e consapevole del personaggio Mike?

Proviamo a ripensare a Fabio Fazio che si mette volontariamente al posto dell’“imbecille” di fronte al professor Eco; a Fazio che indulge con candore nelle manifestazioni della sua pigrizia, del suo essere poco sportivo, del suo aspetto un po’ dimesso e poco prestante; a Fazio che, di fronte alle grandi dive dello spettacolo (da Madonna a Monica Bellucci), va a occupare la posizione del maschio sedotto e imbambolato. E ora, rileggiamo alcune annotazioni della Fenomenologia: “Mike Bongiorno non è particolarmente bello, atletico, coraggioso, intelligente”, scrive Eco. O ancora: “Mike Bongiorno dimostra sincera e primitiva ammirazione per colui che sa. […] Professa una stima e una fiducia illimitata verso l’esperto; un professore è un dotto; rappresenta la cultura autorizzata. […] Di tutte le domande possibili su di un argomento sceglie quella che verrebbe per prima in mente a chiunque e che una metà degli spettatori scarterebbe subito perché troppo banale”.

Appunto: quale libro si porterebbe su un’isola deserta…? Ma attenzione: Fabio Fazio, come abbiamo visto, non fa questa domanda a Eco. Fabio Fazio finge, divertito, di averla pensata: e qui sta la profonda differenza che lo separa da Mike Bongiorno. Fazio effettua una sorta di “prelievo selettivo” dei caratteri che Eco attribuiva a Mike (per esempio, non si può affatto dire di Fazio che sia privo di senso dell’umorismo, o che accetti tutte le convenzioni sociali o che parli un “basic italian”) e se ne appropria esibendo costantemente, tuttavia, il gesto di appropriazione. In altri termini, Fazio ripropone alcuni caratteri di Mike ma in una forma sempre mediata dal distanziamento ironico. Con una certa approssimazione, e per citare un altro bello scritto di Eco originariamente pubblicato in Dalla periferia dell’impero, Fazio sta a Bongiorno un po’ come ET o I predatori dell’arca perduta stanno a Casablanca.

Questa dimensione “riflessiva” o “metatestuale” che caratterizza il personaggio televisivo di Fazio mi pare abbia giocato un ruolo importante anche nel suo recentissimo rilancio delRischiatutto. La nuova edizione del quiz, pur premiata dagli ascolti, ha suscitato alcune critiche e perplessità di varia natura, da quelle più circoscritte (per esempio un casting concorrenti forse non brillante, una chiave vintage molto in linea con altre forme televisive contemporanee ma incline a sconfinare nell’effetto “mausoleo” o “giocattolo privato”) a quelle più generali, legate al senso che un programma come Rischiatutto può assumere oggi: in un’epoca, cioè, in cui molti degli assunti su cui il programma si basava, per esempio la cultura come erudizione, e il rapporto tra cultura e successo, sono stati ampiamente ridefiniti.

A mio avviso, a compromettere l’efficacia dell’esperimento è stata, tra le altre cose, proprio la dimensione “meta”, che mal si concilia con un format come il quiz televisivo. Tanto funziona il distanziamento ironico con cui Fazio si appropria del “modello Mike” nelle sue interazioni declinate secondo lo schema dell’intervista o del salotto, tanto risulta stonato laddove occorre giocare sul serio: sulla competenza dei concorrenti, sulle somme in palio, sul regolamento, sulla gara. E non c’è quasi nulla che smorzi la tensione tanto quanto il continuare a sentirsi ripetere, come fosse una litania da recitare “in ludico omaggio a”, “ma che tensione!”.

Valentina Re, docente di Teoria e tecnica dei nuovi media

Terrorismo e intelligence UE: quadro attuale e possibili evoluzioni

Dopo i sanguinosi attentati di Bruxelles sono riecheggiate, attraverso gli organi d’informazione, richieste, provenienti soprattutto dal mondo politico, relative alla creazione di un’intelligence comune europea. L’Unione europea, tuttavia, dispone già di una rete di analisi per il contrasto al terrorismo e al crimine violento. Il potenziamento di questa struttura è stata discussa dai ministri degli Affari Interni dei Paesi UE nel novembre scorso, dopo gli attentati che colpirono Parigi. Ecco perché il dibattito su un’agenzia di intelligence europea rischia, se affrontato superficialmente, di risultare sterile o perfino controproducente. 

Il dibattito sulla sicurezza dopo Bruxelles
I due più sanguinosi attentati di matrice islamista che recentemente hanno colpito l’Unione europea (Parigi, 13 novembre 2015, e Bruxelles, 22 marzo 2016) sembrano avere avviato un dibattito circa l’esigenza di procedere alla creazione di un sistema di intelligence unificato per tutti i Paesi membri. All’interno di questa dialettica, che, almeno dai fatti di Parigi, di volta in volta riecheggia sui mass media, interessando le opinioni pubbliche europee, la vulgata più diffusa affermerebbe che vi siano due diverse istanze antitetiche: da un lato l’esigenza di limitare le libertà individuali al fine di salvaguardare la sicurezza dei cittadini e dall’altro quella di chi, persuaso dell’inviolabilità sacrale di tale principio, ritiene invece che le prime non debbano essere sacrificate sull’altare della seconda. Osservando più da vicino le complesse reti istituzionali dell’Unione europea si può tuttavia notare come esista già una struttura d’intelligence a livello comunitario. Accanto a intelligence nell’Unione europea (quelle dei singoli Stati membri), convive, infatti, anche un’intelligence dell’Unione europea (con funzioni di coordinamento transnazionale), la quale, come ricordato nello studioEuropean Security and Defence Policy. The First Ten Years (1999-2009), pubblicato nel 2009 dall’Unione europea, affonda le sue radici nel 1998, quando, con la Dichiarazione di St. Malo, fu lanciata l’idea di una European Security and Defence Policy (ESDP).

L’intelligence dell’Unione europea
Una tappa significativa nel percorso verso un’intelligence unificata per gli Stati UE fu rappresentata, nel giugno 2004, dalla proposta, rivolta dall’Alto Rappresentante per gli Affari Esteri e la Politica di Sicurezza (High Representative for Common Foreign and Security Policy –CFSP, o Politica Estera e di Sicurezza Comune -PESC) Javier Solana, al Consiglio dei ministri degli Interni dei Paesi UE circa l’opportunità di implementare la collaborazione nel campo della sicurezza tra istituzioni dell’Unione. La proposta di Solana era contenuta nel rapporto sul terrorismo e la cooperazione nell’intelligence presentato al Consiglio Giustizia e affari interni (GAI) dell’UE. I principali contenuti suggeriti da Solana citavano la possibilità di incrementare le sinergie, soprattutto, tra due organismi: l’UE Joint Situation Centre (SITCEN), creato nel 2002, e l’European Police Office (EUROPOL), di cui attuale direttore è Rob Wainwright, proveniente dalle fila dell’intelligence britannica. Nel 2007 il SITCEN sviluppò rapporti di collaborazione con il Direttorato per l’Intelligence del Military Staff dell’UE (EUMS), mentre con l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona (1° dicembre 2009) passò sotto l’autorità del CFSP/PESC. Un altro passaggio fu, il 1° gennaio 2011, il trasferimento all’interno dell’European External Action Service (EEAS, il Corpo Diplomatico dell’UE), in qualità di Direttorato, composto da due uffici: Analysis Division e General and External Relations Division. Nel marzo 2012 cambiò nome, divenendo l’EU Intelligence Analysis Centre (EU INTCEN). Lo strumento giuridico su cui si fondano le basi legali di EUINTCEN è rappresentato dalla Decisione del Consiglio dell’Unione europea del 26 luglio 2010. Oggi, EUINTCEN svolge funzioni di intelligence civile per l’UE, fornendo analisi per i rappresentati degli organismi esecutivi di Bruxelles (dove ha sede) sotto la guida (dal febbraio 2011) di Ilkka Salmi, esperto di controspionaggio e già direttore (dicembre 2007) del Finnish Security Intelligence Service (Supo).

Contrasto al terrorismo
Queste, molto in sintesi, le principali architravi del sistema di intelligence dell’Unione. Ad esse si affianca un’altra agenzia prettamente deputata allo studio e alla pubblicazione di ricerche attinenti  alle questioni della sicurezza e della difesa: l’European Union Institute for Security Studies (EUISS), con sede a Parigi e un ufficio di collegamento a Bruxelles, creato nel 2002 e anch’esso posto sotto egida CFSP/PESC. Completa il quadro, il Coordinatore Antiterrorismo dell’UE, figura istituita in seno al Consiglio dell’Unione, all’indomani degli attentati che l’11 marzo 2004 colpirono Madrid. Dal 19 settembre 2007, questo incarico è ricoperto dal belga Gilles de Kerchove, il cui mandato prevede la supervisione degli strumenti UE esistenti, il coordinamento tra questi e il Consiglio e la comunicazione, anche con Paesi terzi. L’impegno strategico dell’UE nel contrasto al terrorismo si basa su quattro pilastri: prevenzione, protezione, perseguimento e risposta alle situazioni di crisi ed emergenza. La capacità di monitoraggio di fenomeni potenzialmente in grado di portare minacce alla sicurezza dell’UE può inoltre avvalersi di attività IMINT (Imagery Intelligence), grazie all’European Union Satellite Centre (SatCen), creato nel 2001 con sede a Torrejon (Spagna). Sul piano dell’azione prettamente giuridica, il quadro è completato dall’European Judical Network (EJN) e da Eurojust (l’agenzia europea che si occupa della cooperazione nel campo della giustizia), i cui compiti, rispetto al tema specifico della lotta al terrorismo, sono stati tratteggiati in una Comunicazione della Commissione Europea al Consiglio e al Parlamento europei del 23 ottobre 2007.

La Relazione UE del 30 novembre 2015
Già dopo gli attentati di Parigi era nata all’interno dell’UE una discussione relativa all’adeguamento della strategia per il contrasto comune al terrorismo. In particolare, il Consiglio straordinario GAI del 20 novembre 2015 aveva deliberato su alcune linee d’intervento, concordando sulla necessità di attuare i contenuti della Dichiarazione del Consiglio europeo sulla lotta al terrorismo del 12 febbraio 2015. Tra i punti discussi, notevole importanza aveva assunto la questione PNR (Passenger Name Record), concernente la creazione di un registro dati passeggeri raccolti e conservati nei sistemi di prenotazione delle compagnie aree civili. Altro aspetto messo in risalto era stato il tema dello scambio di informazioni. A questo riguardo, la Nota sullo stato di attuazione della dichiarazione del Consiglio europeo sulla lotta al terrorismo del 12 febbraio 2015, stilata (30 novembre 2015, n. 14734/15) dal Coordinatore Antiterrorismo UE, aveva messo in luce come solo quattordici Stati membri avessero collegato le proprie autorità antiterrorismo alla Secure Information Exchange Network Application (SIENA) di EUROPOL, definita “piattaforma chiave”. La Notaevidenziava altresì come fosse “esiguo lo scambio di informazioni e di intelligence sui reati di terrorismo”, benché nell’ottobre 2015 fosse “stata creata, nell’ambito SIENA, un’area riservata alle autorità antiterrorismo” nazionali, spiegando che al 13 novembre 2015 unicamente “quattordici Stati […] UE, cinque parti terze e Interpol” avessero registrato nell’EUROPOL Information System (EIS) 1.595 combattenti terroristi stranieri. Ulteriori problematiche citate nella Nota, erano relative alle prassi d’uso, non (ancora) uniformate, di un nuovo strumento, il SIS II (Schengen Information System, di seconda generazione), il cui utilizzo, per l’inserimento delle segnalazioni dei combattenti terroristi stranieri, veniva indicato come “ancora inadeguato”. Un significativo punto debole era rappresentato anche nella “mancanza di un accesso automatizzato […] al SIS II da parte di Europol”, perché i “diritti di accesso di Europol sono limitati alla verifiche manuali effettuate caso per caso. Ciò significa che non è possibile il controllo incrociato […] del SIS II con le banche dati di Europol”. Per rimediare a questa situazione “il 20 novembre 2015, il Consiglio ha invitato la Commissione a presentare una proposta legislativa per cambiare tale situazione”.
Internet e (contro)propaganda
Il controllo del cyberspazio è uno dei settori strategici per la prevenzione della radicalizzazione e per l’attuazione di quella che la Nota dell’Antiterrorismo UE definiva contro narrazione rispetto alla propaganda violenta dei gruppi jihadisti sulla Rete. In tal senso, l’UE dispone di tre principali strumenti: l’Unità di Segnalazione su Internet di EUROPOL, istituita il 1° luglio 2015, (IRU – Internet Refferal Unit to combat terrorist and violent propaganda), il gruppo di consulenza per le comunicazioni strategiche per la Siria, (Paese critico soprattutto per la possibilità che tra i profughi si nascondano islamisti e potenziali “foreign fighters” con passaporti contraffatti), SSCAT (Syria Strategic Communication Advisory Team) e la Rete di sensibilizzazione al problema della radicalizzazione (RAN –Radicalisation Awareness Network). Significativa è l’interazione tra istituzioni UE e settore privato attraverso il progetto di partenariato “Forum” concepito, e incluso nel più vasto ambito della European Agenda on Security, per valutare i canoni attraverso cui conseguire una maggiore efficacia nel monitoraggio e nelle rimozione di contenuti terroristici nella Rete, con particolare riguardo alla propaganda via Web di Daesh.

Prospettive per il futuro
Tra i punti indicati nel Consiglio straordinario GAI del 20 novembre 2015 era inclusa la creazione di un European Counter Terrorist Centre (ECTC). Il nuovo organismo è stato presentato il 25 gennaio scorso e posto sotto l’autorità di EUROPOL. Gli Stati UE si erano inoltre impegnati a rafforzare i controlli nell’area Schengen, soprattutto attraverso una maggiore interazione tra SIS II, Interpol, VIS (Visa Information System), Eurojust, polizie nazionali, da un lato, Frontex (l’agenzia UE per la gestione della cooperazione operativa alle frontiere esterne, fondata nel 2005, con sede a Varsavia) ed EUROPOL, dall’altro. Previsto anche il potenziamento dell’European Criminal Records Information System (ECRIS), in maniera tale da creare un efficiente scambio di informazioni sulle condanne penali tra gli Stati membri, con la previsione di estendere la copertura anche a Stati terzi. Maggiormente dibattuta, invece, è risultata essere la questione relativa al PNR. La querelle si trascina in seno alle istituzioni UE sin dal febbraio 2011, quando la Commissione Europea produsse una Proposta di Direttiva (C7-0039/11) sull’uso dei dati del codice di prenotazione con finalità anti terroristiche e per il perseguimento penale di reati gravi. La Francia preme affinché venga definitivamente accolta. Parigi lo ha ribadito ancora dopo gli attentati di Bruxelles, attraverso il suo Primo Ministro, Manuel Valls, che, parlando dalla Commissione europea, aveva sollecitato il Parlamento europeo ad approvare la direttiva in merito. L’UE prevede inoltre di intensificare la strategia di prevenzione e contrasto al terrorismo con i Paesi dell’area MENA (Middle East and North Africa), in particolare Libano, Giordania, Turchia, Iraq, Algeria, Marocco e regione balcanica, tutte zone definite nel rapporto dell’autorità Antiterrorismo come “destabilizzate dall’ascesa di Daesh”. La Notadell’Antiterrorismo UE identificava Daesh come il prodotto di due fattori: “i fallimenti politici in Iraq e il conflitto in Siria tra il regime e l’opposizione”, affermando che il contrasto allo Stato Islamico (in Medio Oriente) “richiederà il pieno coinvolgimento di forze che saranno riconosciute come liberatrici: gli arabi sunniti”. Secondo tale analisi, in Iraq, l’UE “dovrebbe […]sostenere il primo ministro Abadi”, mentre in Siria dovrebbe “continuare a sostenere […] gli sforzi profusi dalle Nazioni Unite […] nonché valutare la possibilità di una maggiore assistenza a favore dell’opposizione nelle zone liberate”. Il dibattito sulle sfide poste dal terrorismo internazionale, peraltro, è un processo dialettico in continua evoluzione all’interno dell’UE. Lo dimostrano le iniziative dell’European Intelligence and Security Informatics Conference (EISIC), che i prossimi 17, 18, 19 agosto ad Uppsala (Svezia), per il sesto anno consecutivo, organizzerà un simposio con esperti internazionali sui temi del contro terrorismo e delle scienze criminologiche.

di Roberto Motta Sosa

Social Innovation LINKs. Il rapporto tra Istituzioni e cittadini

Il secondo appuntamento con i seminari Social Innovation LINKs dal titolo “Le Istituzioni e i cittadini: co-design di politiche e nuovi modelli di governo”, svoltosi il 6 aprile scorso presso la Sala della Biblioteca “Francesco Cossiga e Guido De Marco” della Link Campus University, ha offerto un nuovo momento di riflessione sulla creazione di un rapporto tra Università, istituzioni e cittadini che favorisca un’innovazione attenta ai bisogni della società. Professionisti del settore e docenti hanno fornito le loro visioni sulle opportunità di uno sviluppo della Pubblica Amministrazione all’insegna dell’efficienza, della trasparenza e dell’open government.
I diversi interventi sono stati moderati da Flavia Marzano, la quale ha riflettuto inizialmente su quest’ultimo concetto, cogliendone i caratteri fondanti quali la trasparenza, la condivisione e l’engagement degli attori implicati. Partendo da questi temi, ha invitato i partecipanti all’evento a riflettere, anche attraverso la descrizione delle loro esperienze concrete, sui processi che facilitano la partecipazione attiva e il soddisfacimento dei bisogni del cittadino.
Il primo ad intervenire è stato il Professor Carlo Maria Medaglia, Direttore del Centro di Ricerca DASIC e del Dipartimento di Ricerca della Link Campus University. Il professore ha posto l’attenzione sull’importanza di modificare il nostro approccio alla città cambiando la concezione di spazio e tempo del paradigma che interpreta i luoghi in cui abitiamo: ripartire dalle persone e connettere le loro conoscenze, anche attraverso pratiche di co-design, per il miglioramento dei processi di governance.
Nell’ampio spettro delle trasformazioni che stanno subendo i processi decisionali si inserisce anche la crisi della rappresentanza scaturita dall’introduzione di schemi e modelli del digitale. Di ciò ha parlato Claudio Velardi, Professore della Link Campus University,sottolineando come la crisi della governance presenti problematiche sia a monte con la perdita di centralità politica degli stati nazionali, sia a valle con le difficoltà tra dialogo e partecipazione. A fronte di ciò il Professor Velardi propone l’introduzione di politiche virtuose e buone pratiche partecipative che si accompagnino ad una più puntuale disciplina delle lobby.
Fondamentale appare quindi essere la celerità di intervento per riformare e ottimizzare molti aspetti degli odierni processi decisionali. Di tale necessità ha discusso il responsabile dell’orientamento Lazio Innova Roberto Litta, sottolineando l’importanza del fattore tempo e il conseguente pericolo della scollatura tra i valori del cittadino e quelli della classe politica: occorre infatti una maggiore tempestività nelle azioni di governance per porre rimedio a problemi che da tempo richiedono una soluzione, come ad esempio la questione dell’agenda digitale, una delle maggiori criticità che la generazione attuale ha ereditato da quella precedente.
Si inquadra nello stesso tema l’intervento di Andrea Casu, autore del libro “Fare meglio con meno. Nudge per l’amministrazione digitale”, il quale ha introdotto e illustrato l’idea di “spinta gentile”. A tale concetto si rifà la teoria dei nudge,che sostiene l’opportunità di impiegare degli stimoli alternativi ad obblighi, doveri e incentivi economici per indirizzare le decisioni di gruppi e individui, come ad esempio la trasparenza e la semplificazione nell’accesso alle informazioni. Alla ricerca e allo studio di queste opportunità si dedicano le cosiddette nudgeunit, le quali analizzano le conseguenze che le azioni politiche hanno sulle persone per selezionare le più efficaci.
Importante è anche la creazione di un rapporto efficace tra cittadini e Pubblica Amministrazione, soprattutto laddove i primi si attivano autonomamente per la risoluzione di determinate problematiche: tale rapporto deve seguire un percorso che coinvolga entrambe le parti dalla fase di mobilitazione fino alla valutazione dei risultati. Andrea Pugliese, esperto di innovazione sociale e mercato del lavoro, si è infatti soffermato sulla contrapposizione tra i problemi di efficienza della governance e le iniziative di individui, comunità e imprese che si attivano sulle criticità del territorio. Esemplare è il caso della realizzazione spontanea di piste ciclabili per le vie di Roma, nei tratti in cui il transito risulta meno agevole, a cui non ha fatto seguito un intervento da parte del Comune. Ciò dimostra la necessità di supportare tali iniziative autonome scongiurando il rischio che gli impulsi provenienti dalla cittadinanza siano vanificati dall’assenza di risposta da parte delle istituzioni.
È opportuno approfondire quindi i modelli di interazione tra pubblico e privato individuandole vie per renderla più adeguata ed efficace. Valentina Volpi, assegnista di ricerca presso la Link Campus University, ha sottolineato i recenti cambiamenti che hanno portato una maggiore apertura nei confronti di pratiche partecipative dal basso. In quest’ottica diviene sempre più cruciale curare il rapporto con il cittadino in una dimensione di vero e proprio design della relazione: si passa così dalla progettazione del servizio alla progettazione dell’esperienza tenendo conto delle idee e delle passioni del singolo, oltre che dei suoi bisogni. È questa la base ottimale per far leva sulle capacità innate delle persone e consentire così la risoluzione creativa dei problemi attraverso il design thinking.
Per raggiungere una maggiore efficienza e un maggior grado di partecipazione nelle pratiche di governance possono essere impiegati anche metodi di engagement non convenzionali come la gamificationAntonio Opromolla, assegnista di ricerca presso la Link Campus University, ha approfondito tale questione presentando i risultati della sua survey condotta in ambito del suo dottorato di ricerca riguardante la partecipazione dei cittadini ai processi decisionali. Da questo studio emerge come tale coinvolgimento sia incentivabile attraverso lo sfruttamento della naturale creatività delle persone di fronte a sfide e problematiche. È proprio su questa logica che fanno leva le tecniche di gamification, le quali si rivelano adatte a innescare una partecipazione proficua nel problem solving collettivo, soprattutto nei giovani.
Numerosi sono stati poi gli interventi in cui i protagonisti di casi virtuosi all’interno del panorama della social innovationitaliana hanno parlato della propria esperienza facendo il punto sui percorsi da intraprendere e sulle necessità di tali realtà: uno degli elementi fondamentali che si identificano nella discussione generale su tali argomenti è la sinergia tra innovazione, scuola e territorio.
Due esempi dell’efficienza di questo connubio sono la rete di Laboratori per l’Innovazione Sociale (LIS), di cui fa parte anche la Link Campus University con il LIS “Margherita Hack”, e l’associazione Open Hub, dei quali ha parlato il loro ideatore e promotore Marco Serra dopo aver fatto il punto sulla situazione critica dei laureati italiani, sottolineandone le scarse percentuali nei confronti degli altri paesi OCSE.
Allo stesso modo Annibale d’Elia, esperto di politiche giovanili e innovazione sociale, ha raccontato la nascita del progetto “Bollenti Spiriti”, un programma della Regione Puglia per le Politiche Giovanili, sviluppatosi in due fasi: la prima articolata da un evento creativo in cui i giovani non fossero spettatori passivi ma reali protagonisti, la seconda costituita dalla stesura di un bando in cui le idee raccolte fossero l’elemento fondamentale per migliorare la condizione giovanile, tutto ciò nella convinzione che il ruolo attivo delle persone non si esaurisca nel segnalare problematiche, ma si estenda anche alla loro soluzione.
Il community manager Michele D’Alena, dopo aver descritto le peculiarità del contesto sociale bolognese, ha illustrato invece il progetto “Collaborare è Bologna” destinato a facilitare l’accesso a informazioni, tecnologie, risorse, spazi, conoscenza e competenze per coinvolgere la comunità.
È importante sottolineare come la partecipazione sia elemento fondante di una comunità non solo per i suoi processi decisionali, ma per tutti gli ambiti che la compongono. A dimostrarlo vi sono il teatro e le sue dinamiche, nelle quali si ritrova la distanza tra attori e spettatori che, se colmata, restituisce un’esperienza più appagante grazie alla conoscenza dei meccanismi che stanno dietro all’organizzazione della messa in scena. Ciò evidenzia il parallelismo con le pratiche partecipative di governance che conferiscono al cittadino una consapevolezza maggiore riguardo il funzionamento delle istituzioni con le quali è necessario rapportarsi nella società.
Daniele Muratore, docente della Link Theatre, a tal riguardo ha presentato il suo blog “SenzaCravatta”, nato con l’intento di incentivare l’interesse per il teatro, e ha parlato dell’importanza di quest’ultimo come punto di collegamento tra diverse reti personali.
Sullo stesso ambito è intervenuto anche il docente della Link Theatre Simone Pacini che, partendo dalla sua esperienza al Teatro dell’Archivolto di Genova, ha illustrato i vantaggi della commistione tra social media storytelling ed esperienza teatrale per favorire l’apprendimento di competenze narrative destinate al mondo del Web 2.0.
Le conclusioni dell’evento sono state affidate a Sabina De Luca, direttrice del Dipartimento Progetti di Sviluppo e Finanziamenti Europei del Comune di Roma, la quale ha fornito ai partecipanti un punto di vista interno alle Istituzioni. In particolare si è sottolineata l’importanza di un approccio di multilevelgovernance, che si ritrova ad esempio negli intenti del codice di comportamento europeo per il partenariato. Alcuni principi da seguire sono il passaggio da criteri di rappresentanza a criteri di rilevanza nella scelta della tipologia del partner e la necessità di coinvolgere quest’ultimi anche nella stesura dei bandi. La Pubblica Amministrazione dovrà quindi intraprendere un percorso di aggiornamento di processi e competenze per adattarsi al rinnovamento portato dal nuovo paradigma tecnologico.
L’evento è stato accompagnato dalle illustrazioni di Veronica Vitale che hanno fornito un compendio grafico di tutte le riflessioni scaturite durante la mattinata.
Appare quindi chiaro come le opportunità offerte dai nuovi paradigmi del digitale possano concretizzarsi in esperienze varie e significative come quelle illustrate nei contributi dei partecipanti. Rimangono tuttavia ancora da cogliere molte altre possibilità attraverso processi virtuosi di cambiamento del rapporto tra Istituzioni e cittadini all’insegna della partecipazione, della trasparenza e dell’adozione di metodi diengagement.
di Giovanni Andrea Parente, Guido Pifferi

Per approfondimenti e contatti:
Twitter: #SocInnLINKs


Social Innovation LINKs. Come cambia l’impresa nella società

Raggiungere i propri obiettivi di business e creare progetti con un forte impatto sociale: due attività che nel prossimo futuro le imprese considereranno sempre più indivisibili. È questo uno dei messaggi veicolati dai relatori del primo seminario del ciclo “Social Innovation LINKs. Università, Istituzioni e cittadini per un’innovazione a beneficio della società” dal titolo “L’impresa scende in campo: nuove organizzazioni per forme di produzione sostenibili”.
Il seminario si è svolto il 30 marzo scorso presso la Sala della Biblioteca “Francesco Cossiga e Guido De Marco” della Link Campus University. Si è trattata di un’importante occasione per unire docenti universitari, imprenditori, esperti del mercato del lavoro, esperti di tecnologie e istituzioni intorno alla social innovation, una tematica già affrontata da alcuni ricercatori della nostra università appartenenti a corsi di laurea differenti.
Il messaggio, dunque, è che l’impresa si trasforma. Durante i periodi di crisi come quello che stiamo attraversando occorre, infatti, ripensare l’imprenditorialità e i modelli dibusiness, all’interno dei quali il concetto di sostenibilità non può essere legato soltanto alla sfera economica, ma deve essere legato anche a quella sociale e ambientale. Profitto dell’impresa e attenzione alle conseguenze delle sue azioni nel contesto ambientale e nella società in generale sono obiettivi sempre più indistinguibili.
Cambia il paradigma: da un modello di business si passa ad un modello di business sociale. Francesca Vicentini, ricercatrice della Link Campus University, ci spiega che alla base di questo cambiamento ci sono alcuni elementi fondamentali: il ruolo sempre più centrale del cliente e delle sue esigenze, l’interazione tra stakeholder portatori di interessi diversi, la misurabilità dell’impatto sociale e ambientale dell’attività d’impresa.
La persona è, quindi, portatrice di innovazione. E con gli strumenti a sua disposizione ricerca nuove soluzioni a problematiche vecchie e nuove. Una delle sfide su questo aspetto è trovare dei metodi che consentano di valorizzare e di acquisire continuamente nuove competenze. Questo processo investe innanzitutto la scuola. E a tal proposito Stefania Capogna, ricercatrice della Link Campus University, ci parla del cambiamento in atto nei processi educativi, dove sipassa da un paradigma di tipo trasmissivo ad uno basato sullascoperta, che pone l’enfasi sul pensiero divergente e sull’acquisizione di competenze nuove che consentono di muoversi nell’incertezza, caratteristica del mondo di oggi.
In questo processo di innovazione emergente la persona non è e non deve essere da sola. Oltre a consentire l’acquisizione di nuove competenze personali, infatti, occorre trovare delle formule in grado di far interagire efficacemente le persone, di farle lavorare insieme sulla risoluzione di problemi comuni, di “fare rete”. Dario Carrera ci parla della sua esperienza come direttore di Impact Hub Roma, uno spazio di co-working che accoglienuove categorie di professionisti. Ed è proprio grazie alla condivisione di uno spazio fisico come quello di Impact Hub e alla diversità degli ambiti disciplinari di riferimento di questi professionisti che si creano nuove connessioni, che si osservano i problemi secondo punti di vista differenti e che si arriva a portare quello shock positivo all’interno della societàche costituisce una possibilità di innovazione.
Adottare nuove metodologie in grado di incoraggiare la partecipazione attiva e l’interazione tra le persone è dunque, un presupposto importante per favorire l’innovazione. E l’innovazione passa naturalmente attraverso la creatività. Giada Marinensi, assegnista di ricerca della Link Campus University, illustra come il metodo Lego Serious Play, ideato da Lego a metà degli anni Novanta, favorisca le discussioni di gruppo, dando forma a concetti astratti, rendendo in questo modo più semplice la condivisione e più divertente la risoluzione dei problemi e l’individuazione di soluzioni innovative.
La persona e la società non sono solo “produttori” di innovazione, ma naturalmente anche destinatari delle soluzioni progettate. Claudia Pellicori ci racconta la sua esperienza in Cocoon Projects, una realtà che sta portando avanti diversi progetti di innovazione sociale. In collaborazione con AIED Roma (Associazione Italiana per l’Educazione Demografica) ha lavorato sulla raccolta di progetti per i giovani sulla sessualità sana e felice, sulla diversità di genere e contro la violenza sulle donne. Il punto di forza è stato l’averattivamente coinvolto i giovani nel trovare idee innovative su tali temi. In questo modo si è potuto osservare tali tematiche secondo il punto di vista delle specifiche persone da sensibilizzare, rendendo l’abbattimento delle barriere culturali, degli stereotipi e dei tabù legati ai temi trattati azioni maggiormente possibili e incisive.
Un’altra testimonianza interessante è stata quella di Luciana Delle Donne, fondatrice di Officina Creativa, focalizzata sul progetto “Made in Carcere”. Tale progetto, che ha visto il coinvolgimento di detenuti nella realizzazione di prodotti attraverso il riciclo di materiali, ha fatto registrare tra i diversi interessanti risultati la possibilità per queste persone di imparare un lavoro, e attraverso questo di avvicinarsi al mondo reale, creando una possibile alternativa al carcere. Il loro reinserimento all’interno della società rappresenta quindi l’effetto a livello sociale di un’attività imprenditoriale e dimostra come dei progetti di innovazione a livello sociale e ambientale possano innescare un circolo virtuoso con ulteriori conseguenze positive sulla società. In sintesi, tale processo dimostra come sia possibile fare un “buon uso del mondo”.
L’ultima testimonianza del seminario relativa ad interventi che considerano contemporaneamente le persone come “produttori” e “destinatari” dell’innovazione è stata quella di Aurelio Destile di ETT Solutions, un’impresa che realizza soluzioni tecnologiche in grado di creare innovazione all’interno della società. Il suo intervento si è focalizzato sull’importanza di fornire un’esperienza inedita, emotiva e memorabile a chi utilizza le soluzioni da loro realizzate. Per raggiungere questo risultato occorre integrare le competenze di professionisti appartenenti ad ambiti diversi, un’importante possibilità per creare innovazione. All’interno di ETT Solutions, infatti, umanisti e tecnologi lavorano fianco a fianco nei diversi progetti, perché l’innovazione tecnologica non può non accompagnarsi con un’innovazione a livello sociale.
Ma a che punto è la legislazione relativa all’impatto dell’attività economica delle imprese sulla società e l’ambiente? In generale in Italia manca ancora una chiara definizione di business sociale; gli unici riferimenti normativi sono quelli relativi all’impresa sociale, allastart up innovativa con vocazione sociale e alla cooperativa sociale. Paolo Di Cesare, co-fondatore di Nativa, prima B-Corp e Società Benefit in Italia, ci parla della distanza ancora profonda tra chi all’interno delle imprese si occupa del raggiungimento del profitto e chi invece è responsabile della gestione delle sue conseguenze etiche e sociali. Tuttavia bisognerebbe superare la contrapposizione tra profit e nonprofit. Ed è proprio questo che lo stato giuridico di benefit corporation riconosce: focalizzare l’attenzione non solo sull’obiettivo di profitto, ma sul raggiungimento del benessere della comunità e dell’ambiente in cui l’impresa opera. La certificazione B-Corp punta a questo scopo. Essa viene rilasciata alle imprese che riescono ad ottenere un punteggio minimo di 80/200 all’interno di un questionario che analizza le sue performance ambientali e sociali.
Sempre per quanto riguarda la parte legislativa, Rosa Lombardi, ricercatrice della Link Campus University, ci espone i nuovi modelli di finanziamento delle imprese. Tra i vari strumenti possibili (autofinanziamento, microcredito, business angelventure capitalist), l’equity crowdfunding rappresenta uno di quelli più innovativi, non soltanto perché consente di raccogliere il capitale di rischio tramite portali online in cambio di titoli di partecipazione, ma anche perché affida un potere importante allo stesso consumatore finale.
E le istituzioni? Gerardo Lancia, Dirigente e Responsabile Pianificazione e Sviluppo, Animazione Cluster di Lazio Innova, società della Regione Lazio che opera nella gestione di programmi per la crescita economica e lo sviluppo del territorio, spiega come quest’ente si stia sempre di più ponendo come facilitatore delle relazioni tra i diversi stakeholder presenti sul territorio (università, centri di ricerca, utenti finali, imprenditori, grandi imprese, PMI). Infatti, soltanto se si è in grado di interpretare le esigenze di tutti i portatori di interesse si può promuovere l’innovazione.
Concludendo, occorre cambiare gli indicatori fondamentali del fare business. Andrea Pugliese, esperto in innovazione sociale e mercato del lavoro, sottolinea come tali indicatori considerino oggi anche il benessere delle persone e la loro felicità.
Da PIL (Prodotto Interno Lordo) a BIL (Benessere Interno Lordo) e FIL (Felicità Interna Lorda)!


Per approfondimenti e contatti:
Twitter: #SocInnLINKs

Crisi bancarie e Bail-in: il sistema in fermento


Le cose cambiano e non solo per i risparmiatori. Le crisi bancarie e l’introduzione del 
bail-in stanno coinvolgendo banche e istituzioni chiamate allo sforzo di agire e spiegare.
Agire secondo i dettami normativi di ultima fattura. Spiegare a famiglie e risparmiatori che in alcuni casi, “non far nulla” può avere conseguenze ben peggiori del fare.
In questa prospettiva, punti di riflessione interessanti sono emersi venerdì scorso presso la Link Campus University dove pratictioner, esponenti del mondo accademico ed istituzionale, si sono incontrati attorno ad un tavolo per discutere dei risvolti che le recenti crisi bancarie e l’introduzione dell’istituto del bail-in hanno avuto sugli intermediari bancari e sui risparmiatori.
Nella prima e più istituzionale sessione coordinata da Alessandro Carretta professore ordinario dell’Università degli studi di Roma Tor Vergata, alla presenza del presidente della LCU Vincenzo Scotti, si è dibattuto sulla gestione delle crisi bancarie, delineando i profili riguardanti gli attori coinvolti, gli interventi normativi in atto e i fabbisogni finanziari relativi al manifestarsi di una crisi.
Nella sessione sono intervenuti: il direttore generale del Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi Giuseppe Boccuzzi, il professore Vincenzo Troiano, il dott. Roberto Cercone di Banca d’Italia e il professore Riccardo De Lisa.
La seconda sessione coordinata da Manlio Del Giudice, professore associato Link Campus University, ha visto i relatori confrontarsi con approcci anche molto diversi, sui risvolti che le crisi bancarie e l’introduzione del bail-in generano nei rapporti delle banche con i risparmiatori.
A confrontarsi sulla tematica sono stati: l’avvocato Andrea Sacco Ginevri, la dott.ssa E. Anna Graziano, ricercatrice in Economia degli Intermediari Finanziari, il professor Gianni Nicolinie il dott. Nicola Ferrigni, sociologo della LCU.
Di seguito i materiali presentati e la gallery fotografica dell’evento.